Era il 1999 quando Matrix arrivò al cinema. Io lo vidi qualche mese dopo, in DVD. Ricordo ancora quanto mi colpì. Credo che molti di noi, dopo averlo visto, siano rimasti affascinati dagli effetti speciali, dai cappotti neri e dalle scene spettacolari, convinti di aver guardato un grande film di fantascienza.
Forse, però, ci era sfuggito qualcosa.
Dentro quella storia c’era una domanda molto più profonda: siamo davvero liberi di pensare e scegliere oppure viviamo dentro una realtà che abbiamo accettato senza mai metterla in discussione?
Una domanda che oggi, a distanza di tanti anni, trovo più attuale che mai.
Perché se nel film di Matrix le persone erano intrappolate in una realtà virtuale senza rendersene conto, oggi rischiamo di vivere intrappolati in una realtà costruita attraverso gli schermi dei nostri smartphone.
La nuova Matrix si chiama social
Apriamo Instagram e iniziamo a scorrere.
Vediamo corpi perfetti, addominali scolpiti, glutei impeccabili, vacanze da sogno, case meravigliose, persone sempre sorridenti, sempre produttive, sempre felici.
Poi guardiamo noi stessi.
E improvvisamente quello che abbiamo non sembra più abbastanza.
La nostra pancia potrebbe essere più piatta, i nostri muscoli più definiti, la nostra alimentazione più pulita, la nostra vita più interessante.
Iniziamo a confrontarci con immagini che spesso rappresentano soltanto una piccola parte della realtà. Ma il problema è che finiamo per considerarle il nostro metro di giudizio.
E così nasce una nuova forma di insoddisfazione: non siamo più semplicemente persone che vogliono stare bene, diventiamo persone che sentono di dover dimostrare continuamente di stare bene.
Quando il benessere diventa una prigione
Allenarsi è una cosa bellissima. Mangiare bene è importante. Prendersi cura del proprio corpo è un gesto di rispetto verso se stessi.
Ma quando tutto questo diventa un obbligo, qualcosa cambia.
Quando non riesci a goderti una pizza perché pensi subito alle calorie. Quando salti una cena con gli amici perché temi di rovinare la tua alimentazione. Quando ti senti in colpa perché non ti sei allenato. Quando una fotografia ti rovina la giornata perché non ti piace come appare il tuo corpo.
Siamo ancora nel campo del benessere?
Oppure abbiamo semplicemente sostituito una forma di condizionamento con un’altra?
Oggi sembra quasi che per essere considerati persone interessanti dobbiamo avere un fisico allenato, mangiare in modo impeccabile, svegliarci presto, lavorare tanto e mostrare una vita sempre organizzata.
E se non riusciamo a fare tutto questo, ci sentiamo indietro. Quasi dei falliti.
Ma da quando il nostro valore dipende dalla percentuale di massa grassa o dalla qualità della nostra ultima colazione?
Il problema non è Instagram, siamo noi
Sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai social.
Instagram è uno strumento. Può ispirarci, insegnarci qualcosa, farci conoscere persone e opportunità. Può persino aiutarci a migliorare il nostro stile di vita.
Il problema nasce quando smettiamo di utilizzare quello strumento e iniziamo a farci utilizzare da lui.
Quando cerchiamo approvazione attraverso i like. Quando misuriamo il nostro successo attraverso il numero di visualizzazioni. Quando scegliamo cosa mostrare non perché ci rappresenta, ma perché sappiamo che funzionerà meglio.
E questo riguarda tutti, anche chi crea contenuti.
Anche chi, come me, lavora nel mondo del fitness e utilizza quotidianamente i social per comunicare, insegnare e motivare le persone.
C’è una responsabilità in quello che pubblichiamo. Possiamo continuare ad alimentare l’idea che la felicità passi attraverso un corpo perfetto oppure possiamo iniziare a raccontare qualcosa di diverso.
Possiamo mostrare che allenarsi significa stare meglio, non necessariamente diventare più belli. Che mangiare bene non significa vivere a dieta. Che un corpo sano non deve essere per forza un corpo da copertina.
La vera libertà è potersi concedere di essere imperfetti
Credo che il vero cambiamento inizi quando smettiamo di voler essere all’altezza di un’immagine e iniziamo a chiederci che cosa ci fa stare davvero bene.
Allenarsi perché ci piace sentirci forti, non perché odiamo il nostro corpo.
Mangiare una pizza senza sentirci in colpa.
Riposare senza pensare di essere pigri.
Non pubblicare una fotografia perché non abbiamo bisogno di dimostrare continuamente qualcosa agli altri.
E soprattutto imparare a distinguere i nostri desideri da quelli che qualcuno, lentamente, ci ha convinto ad avere.
Non significa rinunciare agli obiettivi, alla disciplina o alla voglia di migliorarsi. Significa semplicemente non permettere che diventino una misura del nostro valore come persone.
Forse il risveglio è proprio questo
Torniamo a Matrix.
Neo aveva davanti a sé due possibilità: continuare a vivere nella realtà che conosceva oppure accettare di mettere tutto in discussione.
Forse oggi la nostra pillola rossa consiste proprio nel fermarci un momento e chiederci:
Sto facendo tutto questo perché mi rende felice oppure perché ho paura di non essere abbastanza?
Perché non dobbiamo necessariamente avere il fisico migliore, la dieta perfetta, il lavoro più soddisfacente o la vita più interessante da mostrare online.
Dobbiamo tornare a essere liberi di scegliere.
E forse il vero benessere non è raggiungere la versione perfetta di noi stessi, ma riuscire finalmente a vivere senza sentirci costantemente in difetto.
La vita non è una gara a chi ha gli addominali più definiti, il piatto più sano o il maggior numero di follower.
E se per stare bene dobbiamo diventare schiavi della perfezione, forse abbiamo completamente sbagliato strada.
La domanda, alla fine, è sempre la stessa: stiamo vivendo la nostra vita o quella che i social ci hanno insegnato a desiderare?
Se ti va, puoi condividere con me il tuo pensiero. Scrivimi pure qui.